OMELIA DELL’ARCIVESCOVO MIMMO BATTAGLIA PER L’INGRESSO IN DIOCESI

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Festa della Presentazione del Signore al Tempio
02-02-2021

Carissimi fratelli e sorelle,

buonasera a tutti! La gioia di essere in mezzo a voi cede il passo alla trepidazione, all’emozione. Questa sera vorrei parlarvi con il cuore libero da ogni pretesa o presunzione di dover fissare già il programma del cammino che ci attende insieme, come se tutto dipendesse da me.

Mi sento di entrare in questa Chiesa chiedendo permesso, con la stessa delicatezza con cui il Signore sta accompagnando il mio desiderio di lasciarmi nuovamente toccare dall’incontro con Lui. Attendo di incontrarlo nei vostri volti, nelle storie che incrocerò.

Il mio saluto particolare e affettuoso va al cardinale Crescenzio Sepe che non ha potuto essere fisicamente presente. Lo affidiamo insieme al Signore, augurandogli una pronta e completa guarigione.

Questa sera segna nella nostra vita un nuovo inizio, un tempo nuovo. Sono molto grato che l’ingresso nella Chiesa di Napoli sia stato possibile in coincidenza con la festa che celebriamo. È il Signore che ci viene incontro con tenerezza, che accende la luce dentro di noi, che ridona speranza. È la sua gioia che oggi ci precede, ci sorprende.

Gesù è presentato al tempio. Siamo qui, insieme, convocati per condividere la gioia di questa festa: Dio entra nella storia dalla parte dell’uomo, di ogni uomo, dalla parte di coloro che sono emarginati, esclusi, di coloro che cercano la giustizia. Entra dalla parte di ciascuno di noi. Davanti a Lui nessuno di noi è perfetto, giusto, senza peccato. Lasciamoci incontrare dal suo sguardo, dalla sua misericordia. È questa la forza di quelle piccole luci delle candele accese tra le nostre mani: il coraggio di chi si affida a Dio quando ne ha bisogno, lo chiama quando si sente lontano. Gesù, Dio che salva, si è fatto vicino, anche a noi, si è fatto nostro fratello, ha assunto la nostra condizione umana, ci conosce per nome, nessuna situazione, anche la più disperata, gli è estranea.

 

Se l’evangelista Luca racconta che i genitori di Gesù erano saliti al tempio di Gerusalemme per la purificazione, l’attenzione è rivolta a quello che avviene “oltre” il rito. La storia narrata ci fa partecipi di quello che veramente e concretamente accade, del significato dell’evento: il bambino è presentato al tempio, il Signore entra nel suo tempio per incontrare l’uomo laddove vive la sua religiosità.

 

Simeone, mosso dallo Spirito, si reca al tempio e riconosce il Signore. Riconosce il compimento di quanto lo Spirito gli aveva già rivelato: che non avrebbe visto la morte prima di aver visto il Cristo Signore. Di Simeone è detto che era uomo giusto e pio, che attendeva il conforto di Israele, e che, giunto al termine della sua esistenza non temeva di affidare al Signore anche le sue più intime paure. Un uomo la cui gioia ha radici nell’ascolto della Parola, gioia che si manifesta nel vedere la vita che non muore, in un bambino, la vita offerta da Dio per sempre. Prendendo tra le braccia il bambino, si riconosce suo servo, servo della vita, servo di una nuova generazione che ha inizio. Anche la profetessa Anna, rimasta presto vedova, ora avanzata negli anni, aveva trovato forza in Dio, servendolo notte e giorno, lungo tutta la sua esistenza. Nell’incontro con Lui, celebra Dio, lo loda, e parla di lui a quanti attendono la redenzione. È questa sempre la via che Dio percorre per andare incontro al suo popolo. Dio visita il suo popolo nella vita concreta di persone che nell’autenticità della loro ricerca lo riconoscono Signore della loro vita, lo accolgono e lo annunciano servendo i fratelli, costruendo relazioni sincere, incontrandolo negli occhi dei più deboli, di coloro che si sentono lontani, esclusi, abbandonati. Queste persone sono vive, sono le pietre vive del tempio. Le fa vive il loro desiderio. La fede non dovrebbe vivere di viaggio, di cammino, e di desiderio? Il viaggio di Simeone che va verso il tempio; il viaggio di Anna, la quale non rimane immobile nel tempio ma, pur nella sua vecchiaia, dinanzi alla buona notizia corre a dirla a tutti.

C’è una forte reciprocità di doni, un saldo rapporto tra fede e vita: l’opera di Dio accolta nella vita di queste persone concrete, semplici, diventa dono offerto a Dio. Gli stessi Maria e Giuseppe vanno al tempio non solo per assolvere un precetto della legge ma perché come giovani sposi sono in ascolto di Dio, si rivolgono a lui, e ora gli offrono il loro bambino. Quale volto ha Dio nella vita di queste persone? Abbiamo bisogno di chiedercelo anche noi. È da qui che sempre rinasce la Chiesa, riprende vita e slancio, dal desiderio di mettersi in cammino, conoscere il Signore, la sua volontà, incontrare l’altro. Se la festa della Presentazione del Signore è la festa dell’incontro, lo è per questo motivo. C’è un incontro possibile; c’è un profondo desiderio di verità.

 

Lo Spirito è il vero protagonista di questo momento. Lo Spirito che suscita il desiderio dell’incontro, che agisce nella ricerca di giustizia e di pace, di verità, di gioia, di consolazione, di tanti suoi figli. Lo Spirito che è su Simeone, che apre i suoi occhi a vedere il Signore, a vedere nel bambino il compimento della promessa; lo Spirito che lo spinge a benedire Maria e Giuseppe; lo Spirito che in Anna genera la lode e l’annuncio; lo Spirito che dilata il conforto di Israele preparando da sempre la salvezza per tutti i popoli, per tutte le genti. In Gesù si compiono così le profezie dell’Antico Testamento per aprire alla profezia del nuovo: i vecchi sogneranno ancora e i giovani profeteranno. “Effonderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno dei sogni. E anche sui miei servi e sulle mie serve in quei giorni effonderò il mio Spirito ed essi profeteranno”. Sono le parole che l’apostolo Pietro riprenderà dal profeta Gioele nel suo discorso alla folla nel giorno di Pentecoste (At 2,17-18), proprio a Gerusalemme.

 

Nella mia vita è stata sempre molto presente la forza dell’incontro con persone, ragazzi, che hanno conosciuto il sapore amaro del limite oltrepassato, della vita perduta. Mi accompagna ancora l’episodio di Stefano che è rimasto un segno per la mia vita, una consegna. Un ragazzo venticinquenne, fragile, che ha fatto a pugni con la vita, che si è scoperto sieropositivo e che a un certo punto ha avuto bisogno di parlare con me perché ero un prete: “Aiutami! Io credo nel tuo Dio ma, quando lo incontrerò, cosa gli racconterò della mia vita? E sai qual è l’unico rammarico che mi porto dentro? Quello di non essere mai riuscito a dire a mia madre: ti voglio bene. Mi puoi aiutare? Una domanda che per me è risuonata subito come un imperativo. I suoi interrogativi, il suo rammarico, il suo bisogno di riconciliarsi e di salire quell’unico gradino che gli avrebbe permesso di perdonarsi, furono linfa e forza per me, uomo e prete. Era notte fonda e stavamo ancora parlando; alla fine lo abbracciai: la vita di Stefano cambiò e cambiò anche la mia. Fu quell’abbraccio a trasformare le nostre vite!”. Stefano mi ha consegnato il coraggio di vivere fino in fondo, di guardare in faccia la morte, ogni tipo di morte, per abbracciare la vita.

 

La salvezza non è fuori dalla storia, fuori dalla vita concreta di donne e di uomini, intrisa di gioie e dolori, vite immerse nella complessità di questo nostro tempo. Non è racchiusa nel recinto sacro di un edificio, di una struttura, di una appartenenza religiosa. La salvezza è nella benedizione di Simeone e nell’annuncio di Anna! Ci ricordano oggi che benedire e annunciare appartengono a tutto il popolo di Dio e a ciascuno di noi.

L’incontro con Gesù, chiede la conversione dello sguardo. Quando un uomo ha invece uno sguardo spento e un cuore che non desidera più, questi sono sintomi del cedimento alle fatiche della storia. Anche la Chiesa corre questo grave rischio quando non si fa più compagna di viaggio e si lascia affascinare più dai compromessi e dai carrierismi che dalla ricerca della verità. In forza della Parola che ci provoca, mi sento di dire: dobbiamo spogliarci di ogni legame e complicità con tutte le forme di potere, scrollarci di dosso il peso delle nostre divisioni e lacerazioni, lasciarci invece riempire di luce nell’incontro, negli incontri.

 

Questi volti che l’evangelista Luca ci fa incontrare manifestano davvero l’immagine di Chiesa che mi sta a cuore. Una Chiesa che solo quando esce dalle sacrestie, a servizio dell’uomo nel nome del Vangelo, senza sfumare le finali per paura del quieto vivere, è credibile. Una Chiesa dalle porte aperte a tutti, dove non si celebrano solo i riti ma dove si vive e si celebra la vita delle donne e degli uomini. Una Chiesa in uscita, libera, fedele al Vangelo. Una Chiesa povera, sinodale, in ascolto dello Spirito. Una Chiesa che non ha paura di percorrere strade difficili e strette, una Chiesa che sa gioire e condividere, una Chiesa che sa commuoversi e meravigliarsi davanti alle opere di Dio che si realizzano nel quotidiano. Una Chiesa discepola della fragilità. La Chiesa della compassione, che conosce la fatica perché entra nelle case, non parla da fuori, e non parla quasi separando i “vicini” e i “lontani”.

 

In questo tempo di pandemia in cui stiamo imparando che può unirci davvero solo la cura reciproca, penso a voi sacerdoti, che ancora non conosco e che desidero incontrare e ascoltare presto. Penso a voi che siete chiamati a essere nella Chiesa e nel mondo immagine vivente della cura stessa di Dio. Con voi ringrazio il Signore Gesù per il dono del sacerdozio che ci unisce a lui e al Padre, ci unisce ai fratelli, ci costituisce mediatori della sua misericordia e dona alla nostra vita una luce che non si consuma, che alimenta il desiderio di accompagnare, di incoraggiare, di rialzare soprattutto coloro che si sentono abbandonati da Dio. Ma penso anche alla vita dei nostri fratelli laici impegnati su più fronti. Le ferite del nostro tempo, della nostra terra, della nostra società, non sono nascoste a Dio, e sono queste oggi sacramento, luogo della riconciliazione, banchetto dell’eucaristia. Sono queste il corpo e il sangue di Cristo. Sono queste il tabernacolo della speranza. Mai come in questo tempo il lavoro è diventato il primo luogo di missione, per i rischi, le condizioni, le attese, e soprattutto per il dolore che non possiamo non ascoltare di quanti lo hanno perso. La pandemia, lo sappiamo, ha fatto emergere urgenze già presenti, ha accelerato processi già avviati. Vi sono vicino, benedico la vostra forza, il coraggio di aprire gli occhi sulle necessità invisibili dei vostri fratelli, sulle fragilità che attraversano le nostre famiglie, la vita dei nostri figli, dei nostri anziani. E penso a voi religiosi, in questo giorno in cui la festa diventa in voi memoria della fonte che alimenta la vostra vita, la vostra preghiera, le vostre comunità. Al Signore avete offerto la vostra vita per riceverla nuovamente da lui. Nella terra che abitiamo, siamo chiamati a condividere con voi il racconto della tenerezza di Dio. Dio si nasconde o si rivela nella debolezza di un bambino. La storia che stiamo vivendo forse un giorno ci parlerà senza veli di quell’essenzialità che andiamo solo scorgendo e di cui, spero, tutti insieme continuiamo a essere nella storia annuncio e immagine profetica.

La pandemia ci ha messi di fronte ai passi di una conversione possibile che tocchi davvero la nostra vita concreta, i criteri con cui attuiamo le nostre scelte, i nostri stili di vita. Mi chiedo dove sono oggi i testimoni della resurrezione. Mi sembra di sorprenderli nel numero di coloro che, uomini e donne, quotidianamente sanno ricucire le speranze, impegnando il proprio tempo, le proprie risorse, le proprie competenze.

Per tutti voi, cari confratelli sacerdoti, per voi religiosi, per voi laici, faccio mie le prime parole di don Tonino Bello, alla sua Chiesa:“Io il primo dei sacerdoti, assicuro fin da questo istante il mio impegno perché la nostra vita, spesso così incompresa, sofferta, lacerata, si carichi di una grande valenza di gioia e di libertà, nel servizio di Dio e dei fratelli (…). Io primo dei religiosi, prometto la mia dedizione perché (…) sappiate sempre meglio portare agli uomini il messaggio di tenerezza del Padre. (…) Io primo dei laici, comunico tutta la mia ansia perché sappiate scoprire sempre più lucidamente il ruolo che vi compete nella Chiesa, la vostra eguale dignità a quella degli altri membri del Popolo di Dio, la vostra chiamata alla santità e alla animazione delle realtà terrene, i vostri carismi, la vostra originalità incedibili, la vostra autonomia regale”.

 

Simeone, dopo la benedizione, parla a Maria di suo figlio: “Egli è qui quale segno di contraddizione”. Vedo nelle sue parole la figura di Maria diventare sempre più vicina ad ogni uomo e ad ogni donna. La profezia lega Maria non solo alla croce del Figlio, ma alle croci di ogni figlio e di ogni figlia. Come ogni credente, Maria non è esente dall’esperienza della fatica e del dolore. Ella, resa com-partecipe della profezia di Cristo, com-prende tutti i dolori dell’umanità. La meraviglia per quel canto bellissimo di Simeone che sembra preparare al nuovo giorno che non tramonta più, sembra ora scontrarsi con una parola dura che una mamma conosce bene nel suo cuore. Maria è la donna che ci riporta con i piedi per terra, alle nostre relazioni, al nostro quotidiano, ai nostri travagli interiori, ai nostri desideri, alle nostre desolazioni, alle nostre fragilità e povertà.

Con Maria, come Maria, siamo chiamati a vivere un po’ di più dalla parte di questo Signore che ha scelto gli ultimi posti, che ha scelto di camminare con la gente comune, segno di contraddizione per i potenti di ogni tempo e segno di salvezza vicina per i poveri, per i cercatori di verità, per chi ha fame e sete di giustizia. Siamo anche noi, tutti noi, chiamati insieme ad assumere la realtà di “Gesù contraddetto”. Chiediamo al Signore di donarci la libertà e l’umiltà di riconoscerlo e di accoglierlo, di partecipare della sua vita. Chiediamogli che vinca in noi le nostre paure, i nostri schemi, le nostre resistenze, il nostro peccato. Questa Chiesa ha bisogno di ciascuno di noi, della nostra speranza, del nostro coraggio, del nostro.. eccomi!

 

Questa sera ci ha preceduto l’eccomi di coloro che sono entrati con me, per primi, in Chiesa. Diciamo al Signore il grazie per la loro disponibilità, per la loro presenza. In mezzo a noi, lo sappiamo bene, ci sono vite che, come semi caduti nel terreno, lo stanno fecondando nell’apparente vuoto, freddo, buio. Nel mio viaggio di stamattina che mi ha accompagnato a quest’ingresso ho incontrato persone fragili, poveri, vittime di violenza, persone segnate dal sopruso, dalla mancanza di lavoro, dall’ingiustizia, minori a rischio. Porto con me e condivido con tutti voi il loro desiderio di riscatto, umano e sociale, le loro speranze, i sogni dei piccoli. Lasciamoci accompagnare, lasciamo che siano loro ad aprire il cammino. Chi è entrato con me si è fatto carico di tutta quanta la speranza, presentandola al Signore. Siamo tutti chiamati a camminare lungo le strade della nostra esistenza, della nostra Chiesa, delle nostre città. Non mi piace molto l’appellativo “prete di strada…”. Siamo tutti sulla strada per accorgerci di chi ci cammina accanto, chiamati ad accorgerci che non siamo soli e che solo insieme potremo davvero guardare in faccia la vita, con la gioia di chi ha contemplato l’eterno, negli occhi dell’altro, in un cielo sereno, in un pasto caldo, in un posto aggiunto, in una porta che si apre. Siamo chiamati a essere Chiesa, a sentirci Chiesa, figli amati e desiderati, comunità in cammino, che benedice e annuncia la vita.

Non basta più dire nelle nostre celebrazioni che il Dio di Gesù Cristo è il Dio degli uomini, dei deboli, dei poveri: questo esige da noi credenti il coraggio di essere coerenti; chiede la forza di annunciare le stesse cose dentro e fuori dal tempio; chiede di diventare testimoni di ciò che lo Spirito sussurra, suscita, muove, uscendo fuori dalle nostre comode certezze.

Solo partendo da chi è rimasto indietro potremo sperare di non lasciare da solo nessuno.

E allora coraggio, coraggio, e buon cammino, buon viaggio, a ciascuno di noi e a tutti!

 

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